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MITOLOGIA E AMBIENTE
L’ambiente pagano
slavo-russo
L'ambiente pagano slavo-russo
Nota 1

di Aldo C. Marturano

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In “gergo ecclesiastico” russo la foresta viene detta deserto (Pusc’ja) che è pure il significato di Wildnis usato dai Cavalieri Teutonici (monaci cristiani armati), benché costoro vi aggiungevano una colorazione negativa di luogo selvaggio abitato da uomini ancor più selvaggi. E’ notevole pure che la parola slava sia restata nell’ungherese puszta - leggi pusta - che indica l’ultimo lembo di steppa d’Europa ai confini delle foreste carpatiche (la Transilvania, in ungh. Erdély) nelle quali ultime evidentemente gli ugro-finni avevano continuato a vedere delle caratteristiche magico-divine, come ai tempi in cui abitavano nel nord del Volga!

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Per i cristiani insomma era un luogo proibito e governato dal Demonio, accessibile soltanto a chi praticava la magia nera quando venivano qui per farsi amici gli spiriti malvagi. Questi servi del Demonio non potevano più essere considerati uomini fatti ad immagine e somiglianza di Dio, ma bestie e era giusto cacciarli e ucciderli come qualsiasi preda. A queste idee rispose la politica omicida dei Cavalieri Teutonici che sterminarono un intero popolo: I Prussiani! Per l’Ortodossia ancora nel XIV sec., ai tempi di san Sergio di Ràdonezh, andarsene nel deserto (in ciò alludendo al Sinai dove vissero i primi monaci) significava far l’eremita staccati dal resto del mondo, ma vicini alla divinità poiché le tentazioni demoniache che qui si presentavano, se si riusciva a vincerle con l’aiuto di Dio, rafforzavano l’anima.

Questo è anche più o meno il concetto che il mondo mitologico slavo-russo ha della foresta: un posto riservato a chi ha rinunciato a stare con gli altri. Di qui un’abitudine abbastanza razionale, ma crudele in un certo senso e che coinvolgeva entrambi i sessi, era perciò il ritiro spontaneo degli anziani sconsolati e ormai inutili all’economia produttiva del mir nella foresta. Ci si saluta con tutti e si va nel fitto e il mito (in parte cristianizzato) corrente dice che qui non si muore e l’anima di chi non è morto “secondo le regole” passa negli alberi direttamente e la sua presenza è facile udirla nelle voci dei rami che scricchiolano al vento! Ecco perché una timorosa riverenza è dovuta a tutti gli abitanti della selva e, se si incontra un essere vivente, visibile o invisibile, presso i crocicchi dei sentieri, occorre tentare di riconoscerli perché se sono venuti sul nostro cammino, hanno da trasmetterci una notizia importante. Dunque ossequio a ogni essere, se lo vediamo venir fuori dalla selva, perché … potrebbe essere un nostro parente (russo nav’) trapassato!

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E’ importante questo intero discorso? Certamente sì, giacché parte da esperienze vere e plausibili! L’ambiente di fatto condiziona moltissimo le credenze e le sensazioni e le visioni del mondo e a noi interessano qui se ci danno agio di capire le diversità percettive del pagano medievale invece di attribuire a costui una supposta sua arretratezza scientifica. Ad esempio: Se non ci sono monti dai quali si possa contemplare la foresta “dal di sopra” e averne una visione come l’avevano gli uccelli, non era forse logico pensare che gli alberi, senza poterne mai vedere la cima, potessero effettivamente toccare il cielo? Alla stessa stregua, un albero (o altra pianta) che rimaneva vivo per generazioni, non poteva forse essere pensato come eterno come la quercia o il faggio?

E ancora la luminosità nella selva dove la luce del sole solitamente regna moderata e con intensità quasi costante per tutto il giorno prima che diventi buio subito dopo il tramonto o nella stagione fredda, non giustifica forse quelle paure per i rumori insoliti che provengono dal fitto o per le improvvise apparizioni di figure strane o luminescenti che ci rammentano mostri indescrivibili pronti ad insidiarci? Nella selva manca persino la luce lunare che riverbera spettacolarmente d’inverno sulle distese coperte di neve, ma al margine del fitto degli alberi…

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E ancora. L’Europa vanta oggi grandi distese di campi coltivati e va orgogliosa per la sua agricoltura intensiva sui terreni rubati alla foresta primordiale prima e durante il Medioevo. Il sole vi regna sovrano e, non appena si raccolgono le nubi su una campagna senza fine, in questo paesaggio il buio non è mai completo. La mancanza di alberi infatti lascia un diffuso chiarore percepibile lungo la linea dell’orizzonte, anche se la tempesta scoppia in pieno giorno. Nel fitto degli alberi al contrario è tutt’altra cosa. Una nube tempestosa fa cadere d’improvviso l’oscurità sul chi si muove fra gli alberi! Lasciamo la parola ad un abitante genuino della foresta bielorussa, il folclorista A.E. Bogdanovic’ (del XIX sec.) quando parla del Ljescii: “E ciò è comprensibile (che) nella natura del … paese, a parte le tempeste, la foresta rappresentasse (qualcosa) di più grandioso e di più misterioso. Più d’ogni altra cosa l’immaginazione era colpita (ad esempio) dal malinconico rumore generato da un semplice venticello o dal crepitio degli alberi che cadevano o da sospiri e lamenti penetranti. (Sono tutti) suoni strani (talvolta somiglianti a) risate selvagge quando (fuori della foresta) c’è la tempesta o l’uragano.”

E quale altro fenomeno è più spaventoso dello scoccare di un fulmine che squarcia il pezzetto di cielo nero visibile là in alto nel fitto delle chiome di foglie per cadere su un albero vicino spaccandolo o incendiandolo? Per il lettore che ama la letteratura russa abbiamo tradotto il brano seguente tratto da Anna Karenina di Tolstoi in cui è descritta la scena terribile vissuta dal personaggio Levin mentre un fulmine colpisce e abbatte una quercia non lontana da lui.

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“All’improvviso ci fu una vampata di luce. L’intera terra sembrò infiammarsi mentre la volta del cielo rimbombava sulla testa di Levin. Riaprendo gli occhi abbagliati, la prima cosa che vide attraverso la fitta cortina di pioggia frapposta fra lui e la foresta fu l’inaspettata modifica al quadro di un boschetto più fitto dove c’era stata una vecchia e familiare quercia nel mezzo. E’ mai possibile che la quercia fosse stata colpita? Questo pensiero ebbe appena il tempo di attraversare la mente di Levin che la quercia fu vista da lui scomparire sempre più velocemente dietro gli altri alberi mentre s’udiva il fragore della caduta del grande essere che si abbatteva sugli alberi compagni.” E aggiungeremmo che, se Levin si fosse ricordato che nella sua cultura mitologica il fulmine era l’arma divina di Perun, padrone della quercia, avrebbe capito che il dio aveva il diritto di compiere una tale azione poiché lo scopo di lanciar fulmini (dicevano i cristiani) era per uccidere i diavoli che si riparavano dalla pioggia sotto le sue piante…

Il fulmine (oggi lo si sa meglio) provoca nella foresta boreale degli incendi periodici (ca. ogni 50-100 anni) che ne distruggono ampie porzioni, senza irritare Perun o il Ljescii, ma anzi rigenerandola. Le circostanze favorevoli agli incendi sono abbastanza comprensibili quando si sappia che il terreno delle radure esposto al sole estivo molto intenso del nord secca in certi luoghi (solitamente al confine con la tundra) e, se non si umidifica con le piogge, diventa talmente sensibile alla temperatura che la fiamma da un albero incendiato dal fulmine riesce rapidissimamente ad attaccare l’erba secca vicina. L’uomo concorre al fuoco se ricava i suoi campi col metodo del taglia-e-brucia perché così facendo lascia che il vento soffi senza più ostacoli dato che le piante d’alto fusto sono state tagliate via.

Nella taigà, da un lato, ciò è utile perché rinnova la fertilità del terreno, ma guai se capitasse nelle vicinanze dell’abitato, come spesso toccò alle città di Novgorod o di Pskov nel passato. In tali casi l’incendio è catastrofico e, benché interpretato dalle autorità cristiane come l’intervento divino sulle colpe paganeggianti dei rispettivi abitanti, rappresenta la vendetta del Ljescii offeso.

Tutte queste cose (ed altre che man mano diremo più avanti) fanno di questo luogo un ambiente davvero magico, ma chiuso in confini sacralmente precisi. Il pagano veniva qui a impetrare i suoi dèi e sapeva bene evitare i guardiani della foresta dal cui cospetto occorre fuggire, pena la morte. Gli dèi nella foresta sono riconoscibili a volte nelle fattezze intagliate nei tronchi o dalle loro voci e nei fruscii. Si spostavano senza farsi notare portandosi dietro l’albero dove abitano momentaneamente e la pianta vista appena un’ora prima in un certo luogo riappare in un altro. Attenti perciò a non danneggiare l’albero qualsiasi, ma soprattutto la già nominata Quercia, pianta sacra agli dèi massimi e albero pilastro del mondo! Nei documenti c’è scritto che chi avesse attentato, tentando di segare o di danneggiare alla vita di quest’albero in particolare, veniva squartato a partire dall’ombelico e, legato con le sue stesse viscere all’albero offeso, doveva attendere il sopravvenire della giusta morte!

Gli animali sono considerati a volte più potenti dell’uomo e sono implicati in ruoli divini quando gli dèi ne assumere le sembianze e quindi è possibile che assalendo una bestia incorriamo in un atto sacrilego! Gli animali però aiutano l’uomo, non soltanto concedendogli il proprio corpo per mangiarne, ma perché, ad esempio, prevedono il futuro. Moltissimi segni sulle stagioni per l’agricoltore vengono proprio dall’osservazione del loro comportamento e fra questi in special modo degli uccelli che sono i più vicini… alle forze divine celesti!

Il Cuculo annuncia quando giunge la buona stagione e quando essa finisce, non cantando più. L’ Usignolo vede il primo sole dell’equinozio e la Gru abbandona gli stagni una ventina di giorni prima delle gelate invernali…

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Il più notevole però è l’ Orso , essere sacro (spesso è il totem di molte comunità umane settentrionali visto che la sua venerazione è diffusa dall’Atlantico al Pacifico) e padrone assoluto di certi luoghi della selva dove ha la sua casa. Vive più o meno come un uomo (o forse è un uomo travestito?) raccogliendo bacche e insetti o piccoli roditori per nutrirsi mentre d’inverno si apparta per dormire fino alla seguente primavera. Quando prepara la sua tana per quanto possibile è consigliabile osservare dove lo fa per regolarsi su come sarà la prossima gelata… dicono in Bielorussia! Purtroppo è raro vederne perché è molto riservato, salvo che lo si sia chiamato pronunciando il suo nome ad alta voce. E’ l’unico a sapere dove si trova il miele e basterà seguirlo, se si è fortunati, sottovento e senza far rumore per trovare un tronco cavo pieno del dolce nettare. Il procacciatore di miele porta naturalmente con sé arco e frecce per difesa perché l’orso è curioso e irascibile e se si accorge della presenza dell’uomo potrebbe assalirlo con funeste conseguenze.

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C’è il lupo , la lince e i piccoli carnivori da pelliccia che è vietato uccidere soltanto per cibarsene e vanno catturati con lacci e trappole per non rovinarne o sporcarne la pelliccia. Era un’arte ben conosciuta dai Finno-Ugri in particolare che ne catturavano a migliaia con il permesso degli dèi e, una volta uccisi e spellicciati, ne consumavano esclusivamente in banchetti sacri offrendo il profumo dell’arrosto agli dèi che non hanno stomaco e intestini e il fumo basta loro per apprezzare il dovuto omaggio!

Animali da evitare, sempre per motivi religiosi, sono pure i grandi mammiferi come l’uro, il bisonte europeo, il cinghiale o la renna e l’alce che sono sacri a certi dèi e possono essere catturati soltanto nel caso che servano per un sacrificio al loro dio-padrone…

C’è il cavallino lituano o tarpan europeo che a volte si lascia attirare in casa per dare una mano nei lavori dei campi, ma è rissoso e cocciuto e, se da un lato predice il futuro, dall’altro annuncia la morte! Titmaro di Merseburgo a questo proposito racconta della seguente cerimonia per averla vista eseguire a Rethra: “…in segreto (i sacerdoti) mormorano (per non farsi capire) mentre tremando scavano nella terra (del Santuario) dove interreranno le sorti (tavolette di legno di quercia con segni speciali o rune slave) che hanno lanciato e così tentano di ottenere delle risposte certe sui problemi (loro proposti).

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Subito dopo ricoprono con zolle di prato le sorti e due punte di lance incrociate. Dopodiché con gran compunto scelgono il più grande dei cavalli fra tutti quelli considerati sacri (al dio Triglav) e lo fanno andare sul prato. Dal luogo e nel modo in cui il cavallo si arresta, traggono l’auspicio, ma per sicurezza l’evento si deve ripetere uguale almeno due volte. Solo allora dichiarano che quanto si è deciso di fare, avrà successo (oppure no).” Come “animale vicino alla morte” ricordiamone il ruolo nella leggenda del principe russo Oleg che rinunciò a cavalcare dacché gli fu predetto che sarebbe morto proprio a causa del suo cavallo, come poi infatti accadde!

A scopo apotropaico gli slavi in cima al tetto della loro casa intagliavano proprio una testa di cavallo! E non solo! Per tener lontano un defunto, non morto secondo le regole, si faceva pestare la terra intorno al luogo dove costui era deceduto da un cavallo…

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E che dire dei pesci? Questo è il cibo principe degli abitanti del nord e se ne trova in abbondanza nei fiumi e nei laghi di specie e di mole molto grossa, se si pensa allo storione che nel Dnepr e nel Volga raggiunge dimensioni davvero gigantesche, o al salmone, altrettanto monumentale.

Il pesce siluro in particolare giungeva a ben mezza tonnellata di peso e si sa che, da buon carnivoro, mangiava persino… i bambini vivi! Nel 1613 nel suo capace stomaco si trovò addirittura il corpo di un bimbo di ca. 7 anni che il siluro aveva inghiottito nel Danubio, nei pressi di Bratislava, a prova che in quell’epoca gli Slavi locali compivano ancora sacrifici umani! Si diceva pure che il Siluro annunciasse i terremoti con qualche giorno d’anticipo e in tal caso si sarebbe visto il laghetto continuamente incresparsi a causa dell’agitazione dell’animale in attesa dell’evento.

A parte ciò, d’inverno forando il ghiaccio di pesci se ne trovano tanti e quindi è un cibo “da foresta” assicurato in ogni momento dell’anno! Durante la breve estate certe specie addirittura si possono catturare con le mani, quando le femmine gravide faticano a risalire il fiume Nevà per recarsi nei grandi laghi. Quale slavo però si permetterebbe di catturarli, se non ne avesse chiesto il permesso al “padrone divino” del fiume o del lago, il Vodjanoi o alla sua consorte la Vodjaniza? E sapete quale animale si può meglio di altri sacrificare a questi dèi delle acque per averne i favori? Un cavallo maschio nero che posto su un barcone nel centro dello stagno con le zampe impastoiate lo si lascia affogare.

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E infine c’è un infinità di piante commestibili e di funghi. Fra questi ultimi diffusissimo nelle Terre Russe è l’uso dell’ Amanita muscaria o fungo di Cappuccetto Rosso perché aiuta nei “viaggi psichici” i sacerdoti pagani (volhvy) quando devono curare un malato. Seccato e in dosi misurate serve però a moltissimi altri usi psicotropi.

Uno degli alberi più frequenti nella taigà è la betulla che col variare del colore delle sue foglie indica il tempo bello e quello cattivo e da cui, attendendo il periodo giusto (Marzo, che era chiamato in Bielorussia Sakavik ossia più o meno Succoso) si può estrarne la linfa rinfrescante e… antidolorifica!

Le piante del sottobosco sono persino degli orologi per chi le sa leggere. Ad esempio la Cicoria apre le sue foglie verso le 5 del mattino e le richiude verso le 3 del pomeriggio e lo stesso regime segue il Papavero…

E che dire di un fungo particolare della foresta boreale che emette una speciale bioluminescenza verdastra sui vecchi tronchi marcescenti (Onphalotus olearius) di notte indicando la strada da seguire per penetrare nel fitto degli alberi verso la matoc’ka? Chi la seguisse nella notte di Kupala giungerebbe alla “felce in fiore”, l’arhilin, e cogliendolo troverebbe la sua fortuna…

Più o meno in questo mondo s’inserisce e si sviluppa meglio il Paganesimo slavo-russo.

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Note

  1.  Original photograph courtesy by Gary Kramer / Natural Resources Conservation Service
  2.  Original photograph courtesy of by Hillebrand Steve / U.S. Fish and Wildlife Service
  3.  Original photograph courtesy of by Spencer, David / U.S. Fish and Wildlife Service
  4.  Original photograph courtesy National Park Service
  5.  Original photograph courtesy of U.S. Fish and Wildlife Service
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