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MITOLOGIA E AMBIENTE
L’ambiente pagano slavo-russo
L'ambiente pagano slavo-russo
Nota 1

di Aldo C. Marturano

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Qui si trovano le materie prime indispensabili allo sviluppo delle società umane. Si ricava prima di tutto il legno per costruire, riscaldare, armare, fare navi e carri, arredare e fabbricare suppellettili e arnesi, fondere metalli e fabbricare mattoni etc. E non finisce qui! L’attento raccoglitore trova piante commestibili e industriali: dai medicamenti alle piante tintorie, dalle insalate, funghi, frutta, alla pastura per gli animali domestici, gli allucinogeni e tant’altro ancora.

Il mondo animale, a parte l’uomo, è rappresentato in tutta la sua utilità: dai grossi mammiferi a quelli più piccoli, da pelliccia o da cacciare per il consumo come cibo, dagli uccelli di passo o stanziali agli insetti commestibili oltre ai tanti prodotti commerciali come miele e cera importanti nel passato per illuminare, addolcire, conservare, medicare…

Oggi a questa biocenosi abbiamo riconosciuto un ruolo ancora maggiore per la tutta la vita terrestre quando abbiamo scoperto che è l’unica fabbrica d’ossigeno e l’unico riutilizzatore di anidride carbonica con la fotosintesi clorofilliana compiuta dalla superficie di milioni di metri quadrati di foglie verdi assolutamente fondamentale per l’equilibrio bioecologico del pianeta!

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Nota 2

La foresta europea della quale ci stiamo occupando, fa parte della fascia di verde che ha colonizzato le regioni settentrionali del mondo ca. 6000 anni fa: La Foresta Boreale. Occorre dire che, per quanto sopra raccontato, già dall’anno 1000 d.C. questa fascia si era ridotta moltissimo e, se non fosse stato per la decisione del re Ladislao Jagellone (di origine russo-lituana e nato egli stesso nella foresta) che la dichiarò parco nazionale nel XV sec., con la rivoluzione industriale del XIX sec. sarebbe sicuramente scomparsa.

Quel che rimane oggidì (naturalmente con piante diverse col passar del tempo e del clima) e che rappresenta il nostro cuore verde è riconoscibile nella Bielovezhskaja Pusc’ia che si estende verso est dal bacino della Vistola fino a quello del Neman e a nord fino alle rive del Mar Baltico. A sud arriva fino a Kiev lungo i declivi dei Monti Tatra includendo le Grandi Paludi del Pripjat (in russo chiamate La Selva o Poljesje) e continua giù fino alla riva sinistra del Dnepr da dove inizia la steppa (in russo Campo Selvaggio o Dikoe Polje) poco oltre Cernìgov.

La parte più settentrionale è detta pure taigà la quale, a parte le aree scandinave, copre oggi la repubblica di Camelia, i Governatorati di Pskov, di San Pietroburgo e di Grande Novgorod fino al Circolo Polare Artico da dove inizia la tundra, altro tipo di biocenosi stavolta arbusticola, ugualmente importante però dal punto di vista ecologico per gli animali allevati dai Lapponi. E qui ci ritorna in mente che Erodoto l’avesse visitata quando aveva scritto dei Neuri o Nevri probabili abitanti dell’odierna regione lituano-polacco-bielorussa.

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Nota 3

E’ probabile che il nome del fiume Narva o dell’altro fiume Nerevka (o altro toponimo simile) che scorrono vicino gli avessero suggerito l’etnonimo. Lo storico greco ricorda pure le Paludi del Pripjat che per la loro estensione gli sembrarono un mare ovvero, a suo parere, quai la continuazione del Mare Oceano settentrionale! La Pusc’ia è distribuita su un bassopiano immenso: La Pianura Russa Europea.Questa regione è sollevata qua e là all’interno in leggere alture (altezza media sotto i 400 m s.l.m.) che in pratica costituiscono gli spartiacque dei più grandi fiumi europei che sorgono gorgogliando dal suolo della selva per versarsi nei mari settentrionali e in quelli meridionali dell’Europa dopo migliaia di chilometri di corso.

Il Volga e il Don e più a ovest il Dnepr nascono qui mentre dai Carpazi scivolano il Dnestr, il Prut e il Bug Meridionale (il Bug Occidentale ha le sorgenti vicine al suo omonimo, ma confluisce nella Vistola).

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Nota 4

Queste acque, senza parlare dei loro affluenti, sboccano quali nel Mar Nero e quali nel Mar Caspio o nel Mare d’Azov. Quelle invece che sfociano nel Baltico irrorando la Pusc’ia prima di finire in mare sono la Vistola, l’Elba (il fiume di Amburgo che sbocca però nel Mare del Nord), l’Oder ad ovest, il Nieman (tedesco Memel), la Dvinà (il fiume di Riga), la Svisloc’ (il fiume di Minsk) e infinite altre correnti mentre la Dvinà settentrionale (che sgorga sempre qui) va, addirittura, a finire nel Mar Glaciale Artico. Le correnti più lunghe hanno di solito numerosissimi meandri a causa della lieve pendenza della Pianura Russa e spesso indugiano in laghi e laghetti di cui basterà nominare all’interno di questa selva i più notevoli come i Mazuri, il Lago di Pskov o l’Ilmen’. L’area è ricchissima naturalmente di paludi (l’11% del territorio di oltre 100 mila kmq) per cui l’umidità e le zanzare regnano sovrane d’estate e la rendono difficilmente attraversabile sia dall’uomo che dalle bestie, non appena il ghiaccio invernale si sia sciolto.

Se ciò è un impedimento alla colonizzazione umana, per gli animali si creano invece delle nicchie abitative e certe specie della Pusc’ia sono introvabili altrove.

In questo mondo pulsante di vita gli Slavi cercarono e trovarono le radure e gli angoli liberi per i loro nuovi villaggi in un territorio già abitato da altri arrivati qui prima di loro: cioè dai Balti e dagli Ugro-finni. Spazio ce n’era per poter vivere insieme in quel lontano VII-VIII sec. d.C. senza conflitti grossolani e le prove archeologiche ci confermano che le etnie convivessero quasi senza scontri armati fino al X sec. mantenendo ciascuna la propria area culturale separata dalle altre. Ciò non impedì comunque la mistione etnica, se si considera il costume dell’esogamia cioè di dare in sposa le proprie figlie ai maschi nati fuori dal villaggio, prevalente fra gli Slavi e di cui parleremo più avanti.

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Ma come si fa ad entrare nella foresta e varcarne i confini? E’ un’operazione alla cui sacralità abbiamo già accennato quando abbiamo detto della comunità che si ritaglia uno spazio tutto per sé, e, se si aggiunge che quando si è migranti non c’è molto tempo per decidere ove stabilirsi, è giocoforza violare un confine! E dove comincia il margine della selva? Qui i limiti sono del tutto arbitrari giacché la biocenosi forestale nel suo aspetto è complicatissima con radure, laghetti e marcite e per mettere su un villaggio occorre trovare soprattutto dove non ci siano grandi alberi annosi e, soltanto dopo aver valutato dall’aspetto e dalla varietà delle piante presenti la convenienza a stabilirvisi, si ricorre senza indugi ai necessari riti propiziatori alla dea Madre Umida Terra (Mat’ Syra Zemljà) padrona primaria degli spazi. La foresta ha confini e divisioni sue interne che però restano impenetrabili e irriconoscibili a chi non sia puro e santificato.

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Nota 5

L’impresa di trasformare la radura in un campo da coltivare e da abitare col metodo del taglia-e-brucia è un’operazione violenta contro la natura e gli dèi del luogo potrebbero rifiutare l’assenso ad un intervento invasivo e illegittimo costringendoci a cercare un’altro luogo! I riti perciò sono molto laboriosi e il folclore c’informa che per l’autorizzazione divina a colonizzare una certa parcella di bosco si doveva ricorrere persino al sacrifico umano! Poi il villaggio nasceva e cresceva…

Quando si abita qui può anche capitare di non essersi mai avventurati in certe direzioni e di non conoscere molto bene l’ambiente circostante poiché, creatosi il proprio spazio e stabilita come divisione dall’eventuale vicino una corrente d’acqua, fuori da questo limite è culturalmente proibito muoversi e la riva è un margine sacro e inviolabile. Qui l’uomo si trova a suo agio mentre il resto dello spazio di solito alle spalle fittamente coperto dagli alberi sarà visitato e esplorato, solo se se ne avrà il permesso. Perché esplorare nel fitto? Le ragioni sono molte: ricerca di cibo, di materiali, prodotti da scambiare…

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Nota 6

Naturalmente anche ogni pianta o animale ha il suo spazio riservato e sceglie i suoi vicini con i quali si relaziona allo stesso modo degli uomini con i suoi simili e a questo ordine di cose sono preposti degli esseri divini con cui l’uomo mantiene buoni rapporti. Nel cuore della foresta (matoc’ka) infatti si credeva addirittura che abitasse il suo signore e padrone, chiamato in russo Ljescii, una specie di essere fosco dalle dimensioni elastiche che, se disturbato, poteva causare uragani e altre mattane distruttive. Alla sua chiamata congregavano tutti gli animali della selva e da lui venivano anche per morire e dunque pure l’uomo lo riveriva.

Sembra un complesso d’idee complicato da accettare oggi, ma in quei tempi era il modo pagano di gestire l’ambiente al meglio dato che la foresta era sfruttata dai traffici! Anzi, per quanto riguarda il commercio dei prodotti forestali lo scambio con gli abitanti locali era esclusivamente posto su basi sacre e mai sul profitto personale. Il consenso delle divinità era primario e risultò inutile, a quei tempi, spingere i foresticoli a raccogliere più miele o a cacciare più pellicce sventolando maggiori guadagni. Tutta la storia di Novgorod-la-grande, città-regina della taigà, ruotò intorno a questa maniera di fare gli affari con gli Ugro-finni molto attenti a questi aspetti della questione …

Aggiunge A. Burovskii che nella Federazione Russa di oggi, dove i contadini rappresentano ancora l’80 % dei cittadini parlanti russo, la taigà resta pur sempre un ambiente magico, divino e prezioso allo stesso tempo, e, temendo di profanarlo con comportamenti non ammessi, se si vede uno straniero aggirarvisi, lo si avverte di stare attento ai crocicchi dei sentieri, ai ponti, alle grotte, ai pozzi e ai confini dei villaggi e dei campi! Sono tutti luoghi frequentati dalle forze divine protettrici e avverse all’estraneo.

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Note
(1) Original photograph courtesy by Gary Kramer / Natural Resources Conservation Service
(2) Original photograph courtesy of by Hillebrand Steve / U.S. Fish and Wildlife Service
(3) Original photograph courtesy of by Cline, David / U.S. Fish and Wildlife Service
(4) Original photograph courtesy by Burton Ken / U.S. Fish and Wildlife Service
(5) Original photograph courtesy National Park Servic
(6) Original photograph courtesy National Park Service
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