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CONSERVAZIONE DELLE SPECIE E DELL'AMBIENTE
Di terre abbandonate, di boschi, di sciocchezze... prosegue
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Le azioni educative normalmente vanno nel senso della cultura prevalente e, se analizziamo quest’ultima, le speranze svaniscono, sostituite dallo scoramento. Serve un esempio, della nostra cultura ambientale? Durante e dopo gli incendi boschivi dell’estate 1998 (non dissimili per conseguenze e per commenti da quelli delle altre estati) si sono sentiti fior di personaggi più o meno addetti all’ambiente affermare che occorre praticare strisce tagliafuoco nei nostri piccoli boschi. Si è detto anche più volte che devono essere larghe almeno trenta metri. Trenta metri è quasi il doppio della larghezza di un’autostrada, scusate se è poco. Per le polemiche sul raddoppio di un tratto di autostrada, e sul suo impatto ambientale, recentemente per poco non cadde un governo. Quelle strisce invece per molti dovrebbero essere realizzate seduta stante, con plauso di tutti.

Non credo che organizzazioni come il WWF, cui appartengo, né come Lega Ambiente o Italia Nostra, alla fine deciderebbero di appoggiare un progetto così sciagurato; però di fronte alla pressione dei media, alcuni dei loro rappresentanti sono stati costretti a dire un po’ a denti stretti che le strisce tagliafuoco, ebbene sì, potrebbero essere utili. In effetti potrebbero esserlo, almeno nel caso di incendiari molto pigri. Esse li terrebbero impegnati un po’ più a lungo: oggi con un solo fiammifero se la cavano, appiccando il fuoco indisturbati da un punto qualsiasi della strada asfaltata che attraversa il bosco. Con le strisce sarebbero costretti ad impiegare due fiammiferi, nel caso di un bosco diviso in due, e sarebbero costretti a farlo dal punto in cui la striscia tagliafuoco incontra la strada asfaltata. Un fiammifero a destra, uno a sinistra, e voilà, due bei fuochi anziché uno solo: un po’ più di fatica, ma soddisfazione doppia.

Non credo che il raddoppio (o la decuplicazione) del lavoro fermerebbe molti incendiari, visto che essi avrebbero sempre e comunque il privilegio di agire in tutta calma, certi di non essere disturbati. Avrebbero in più il senso di potere che gli deriverebbe dal vanificare, in un paio di minuti, gli anni di lavoro che le squadre forestali impiegherebbero per operare lo scempio delle strisce 19. Ma così è la nostra cultura ambientale, e per un po’ dovremo tenercela.

Se vogliamo modificarla, quella cultura, credo sia importante capire quali ne sono le cause, per vedere se per caso persistano anche oggi. Le cause, se le analizziamo, a prima vista sembrano tutte "buone", e colpevoli sembrano non essercene proprio. Le popolazioni menavano per lo più una vita grama, di miseria e di stenti; interi paesi nei mesi invernali vivevano di castagne (anche se questo infiammava i loro intestini gonfiandoli come palloni).

Ci si doveva riscaldare in qualche modo, la legna da ardere era indispensabile anche alle città, e quindi era uno dei pochi prodotti che si potevano vendere, almeno d’inverno. Quando si ha fame poi, non si riesce proprio a considerare un problema la scomparsa di un po’ di animali, tanto più se sembrano dannosi o poco utili. Del futuro ci si preoccupava in due modi: per domani, o al massimo per il prossimo anno, per cercare di aver cibo a sufficienza per sopravvivere; in una prospettiva più lontana, per tentare di salvarsi l’anima. Se appena dopo una vita di stenti c’è la possibilità di ottenere il Premio Eterno, e di evitare il Castigo, perché preoccuparsi di quello che succederà in Terra dopo la nostra vita? I nostri figli soffriranno? Poco male, matureranno meriti che favoriranno il loro congiungimento con noi nella Vita Eterna.

Il Mondo vero, quello che veramente importava, almeno ufficialmente era quello ultraterreno; quindi, perché agitarsi per capire quello reale? Più degli scienziati erano importanti i teologi. Così c’erano due culture che coesistevano: quella del cibo e quella religiosa; le altre non contavano, non si immaginava neanche che ne potessero esistere altre. Prendersela col prete del paese? Anche lui faceva del suo meglio, le cose che predicava a sua volta le aveva sentite dire. Tutto bene quindi, tutti agivano per il meglio, compatibilmente con la cultura del tempo. Però, se ci spostiamo dalle persone alle entità impersonali, almeno un paio di colpevoli li troviamo: l’Ignoranza e la Sovrappopolazione. Tralasciamo qui il fatto che spesso la seconda è figlia della prima; per le nostre considerazioni non ci interessa. Oggi, credo, ci sono le condizioni perché quei due fattori vengano inertizzati, almeno per un po’ di tempo e nelle zone montane di cui stiamo discutendo. Infatti i concetti dell’Ecologia (quella scientifica, non quella dei cantanti pop) sono diventati disponibili 20 per una grande fetta della popolazione; la sovrappopolazione, almeno per quelle zone oggi abbandonate, non agisce così disastrosamente come in passato, per un fenomeno che spero definitivo ma che potrebbe essere solo temporaneo. Su un piano più terra terra, quasi nessuno raccoglie più castagne per non morire di fame, nessuno disbosca una montagna per coltivarvi il grano, alle città non serve più la legna da ardere (tranne per cuocere le pizze). Quindi quella cultura adesso non è più inevitabile.

Allora dovremmo smettere di parlare di boschi puliti, di manutenere la Natura, di immaginare lavori inutili e dannosi. Almeno da parte degli addetti all’ambiente. Non c’è più un solo fatto, a giustificare quelle cose; è solo una tradizione quasi esclusivamente italica. E le Tradizioni sono normalmente tra le cause principali degli errori più gravi e diffusi.

Tornando al popolamento delle montagne ed ai suoi danni, il lettore dirà: ma l’uomo da qualche parte deve pur vivere. Giusto, ed aggiungo, ci deve vivere bene. Per vivere bene ha bisogno di abitazioni, infrastrutture, strade, costruzioni, acquedotti, elettrodotti eccetera. Quelle cose (e specialmente la sua presenza e le sue attività) causano danni ecologici non solo in montagna, ma anche in pianura. Dove l’uomo interviene, la fauna selvatica sparisce, e per quell’aspetto non fa differenza se il terreno è pianeggiante o montuoso.

Ci sono però altre differenze rilevanti, che dovrebbero far preferire gli insediamenti nei terreni più adatti a sopportare la presenza umana, quelli pianeggianti o quasi.

Primo, quando l’uomo arriva nelle zone montuose, gli animali che ci vivono sono spesso gli ultimi: dalle pianure, dove in genere l’antropizzazione è già avvenuta da tempo, sono già stati eliminati o scacciati. Non tutte le specie sono adatte a vivere in montagna, e infatti quelle inadatte e di dimensioni rilevanti sono sparite da millenni; spesso però per molte di loro le aree montane sono gli ultimi rifugi prima dell’estinzione. Secondo, per l’aspetto idrogeologico le zone ripide sono molto più critiche e sensibili all’attività umana delle zone a bassa pendenza: in montagna ed in collina si producono più danni con minore sforzo. Terzo, sono le montagne che si stanno spopolando, non le pianure; è in montagna che si creano opportunità di ripristino faunistico e ambientale difficili o impossibili da ottenere altrove.

Ma come dobbiamo frequentarla, la natura?

Quindi per la natura la nostra presenza sistematica è dannosa; ma anche quando è sporadica, il paesaggio e l'ambiente ne vengono modificati in maniera sensibile e spesso profonda. Molti studiosi hanno rilevato che sul pianeta ci sono ormai pochi angoli che non rechino evidenti i segni dell'antropizzazione; in ogni luogo, anche il più remoto, le caratteristiche della flora o della fauna (o di ambedue) recano chiari indizi degli effetti delle azioni umane, sia recenti che remote. Spesso poi a denunciare quegli effetti in maniera più clamorosa non sono le caratteristiche della flore o faune esistenti, ma l’assenza di quegli animali o piante che c'erano e non ci sono più. In altre parole, quasi tutta la biosfera è stata plasmata dalla presenza di Sapiens.

Eppure l'uomo non è stato dappertutto sistematicamente; perfino nel nostro paese sovrappopolato ci sono zone in cui una presenza umana sistematica non c'è mai stata. Però anche quelle zone denunciano gli effetti dell'antropizzazione. Quindi anche una nostra presenza sporadica è sufficiente a modificare sensibilmente i sistemi ecologici. Qualcuno obietta che fino ad oggi la presenza umana, anche quella sporadica, è stata tutto fuorché discreta, e che in futuro, con una nuova cultura, potremmo certamente essere più educati. Dove si andava sporadicamente, spesso si andava per cacciare o per tagliare un bosco, ma domani potremmo limitarci a camminare, a gironzolare e magari a curiosare, ad osservare. In sostanza potremmo comportarci educatamente, come amanti o studiosi della natura; quindi come cacciatori civilizzati, che invece di portarsi a casa le prede, portino con sé le loro immagini e quelle dell'ambiente in cui vivono. Certo, o meglio, forse. Anche ammesso che si possa ottenere un comportamento educato da gran parte della popolazione 21, resta il problema fondamentale dei numeri.

Che succede se gli abitanti di un mondo sovrappopolato (in cui i luoghi naturali sono sempre meno) aumentano l'interesse per la natura? Il destino delle zone protette e di quelle semplicemente non urbanizzate o non coltivate diventa simile, almeno nelle belle giornate festive, a quello dei cinema nelle domeniche piovose. Vi si trova la ressa e si fa a gomitate per entrare. Scampagnate, picnic, barbecue, partite al pallone, ricerca di funghi, di fiori e di qualunque cosa sia commestibile o decorativo. È una situazione in cui la poca vita selvatica che non sparisce (o non viene arrostita) si addomestica, e per il cibo diventa dipendente dai turisti (o dai loro rifiuti). Per convincervene potete andare a vedere le conseguenze dell'eccessivo numero di visitatori nel parco Yosemite, in California, dove pure si fa qualcosa per limitare l'accesso.

Quindi il numero di visitatori dei parchi e delle zone che si vogliono preservare dovrebbe essere limitato e rigorosamente controllato. Gli ingressi dovrebbero essere pochi e presidiabili quando necessario. All'interno solo pochi sentieri dovrebbero essere percorribili, in modo che in vaste aree non passi mai o quasi mai alcun visitatore. Occorre capire e far capire la differenza tra un parco naturale ed un parco divertimenti: le due cose non sono compatibili. Ma molti nostri parchi vengono gestiti (o vengono non gestiti) senza aver preso una decisione su questa alternativa; i gestori (generalmente politici locali) si giustificano (quando gli sembra il caso) dicendo che il loro parco è il polmone verde e lo svago delle popolazioni delle città vicine, e che queste non possono essere private di quei benefici. Man mano che la dimensione delle zone urbanizzate aumenta, la funzione di polmone e di parco ricreativo delle aree naturali diventa sempre più importante, richiesta e critica (e le aree diventano complessivamente sempre più piccole).

Quindi il problema della limitazione della presenza umana nelle aree protette (o che si dovrebbero proteggere) sembra vittima di una spirale perversa, come se a renderlo irresolubile non bastasse la nostra cultura. Per la quale i prati, i boschi, le paludi, la superficie ed i fondali marini, le montagne, sono di nessuno e quindi di tutti, e ci si può andare a piacimento quasi con ogni mezzo. Qualcuno poi pensa di essere autorizzato a raccogliere quel che capita a tiro. In fin dei conti tutto quanto non ha padrone è res nullius, e noi non per nulla viviamo nella Patria del Diritto 22. Ma la nostra cultura, purtroppo, non ha preso atto dei nostri numeri e dei problemi che provocano. Forse a tutti gli amanti della natura (me compreso) piacerebbe potersi muovere a piacimento, senza che la nostra presenza causasse gli inconvenienti che purtroppo immancabilmente provoca. Ed invece, dovremmo imparare a star lontani da molte zone, e a rispettare di più quelle che frequentiamo. Quanto siamo lontani da una situazione appena soddisfacente? Anni luce, secondo me. Non soltanto l'applicazione delle regole, quelle che esistono, è quasi trascurabile, ma anche le regole non sono proprio quelle accennate sopra.

Volete fare una prova? Munitevi di un'accetta, di due pennelli e due barattoli di vernice, una bianca ed una rossa; poi andate in un'area montana "protetta", magari in una zona ben servita da sentieri "ufficiali". Percorrendo questi, troverete certamente tracce di sentieri laterali non più frequentati, sentieri che in passato magari servivano per tagliar legna o per raggiungere cascinali ormai diruti. Sceglietene una che non si perda subito, e che porti in qualche posto, magari su un monte già servito da altri sentieri. Cominciate a pennellare un po' di rocce con palle o triangoli di vernice rossa e bianca; tagliate quei rami che sono cresciuti sul sentiero. Siete diventato un Riapritore di Sentieri, e la vostra è un'attività meritoria, praticata tra l'altro da alcune organizzazioni escursionistiche che perseguono scopi socialmente educativi, quindi difficili da censurare.

Nessuno potrà obiettare, l'operazione di norma è perfettamente legale, purché il sentiero in qualche epoca passata esistesse. Secondo il principio passatista e condiviso che tutto ciò che viene dal passato è buono e naturale e va preservato, anche se in passato è servito ad utilizzare zone che oggi, avendo una diversa cultura, non ci sogneremmo neanche di antropizzare. E così, durante la buona stagione, torme di gitanti si inerpicheranno sulla strada da voi tracciata, invadendo zone in cui una presenza umana rilevante non è prevista, magari di fatto sovvertendo i piani faunistici dell'area (sono ottimista e spero che ne esistano). Spesso assistiamo al tentativo (o alla voglia) di salvare culture che non hanno più ragione di essere 23, in un’ottica nostalgica e assolutamente antropocentrica.

Così, accade per esempio per le valli alpine ed appenniniche, dove le culture delle ultime centinaia di anni stanno sparendo. Invece di cercare inutilmente di salvarle (o meglio, di parlare di salvarle), non sarebbe meglio cercare di limitare i danni nelle valli in cui per esempio si fanno impianti di risalita, e contemporaneamente nelle valli abbandonate approfittare dell’opportunità di ripristinare condizioni di naturalità a vantaggio delle specie selvatiche? Non è una visione umanista? Sono convinto che lo sia, ma se anche non lo fosse, perché in qualche zona non dovrebbe prevalere una visione naturalista, quando praticamente dappertutto prevale una visione antropocentrica di breve periodo? È necessaria una cultura nuova, non una riedizione di quelle vecchie.

Giancarlo Lagostena
estratto dal libro Ad Occhi Bendati - Un approccio non convenzionale alla conservazione delle specie e dell'ambiente, De Ferrari di Genova.

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Bibliografia.

18. Vedere The Man in the Ice, di Konrad Spindler, editrice Phoenix, Londra 1995. Pubblicato come L’uomo dei ghiacci, da Pratiche, 1998.

20. Vedere ad esempio Voyages dans les Alpes, di Horace Bénédict de Saussure. Neuchatel 1789 e 1796.

22. Jerry F. Franklin in Structural and Functional Diversity in Temperate Forests. Contributo a Biodiversity, già citato.

23. Su queste abitudini delle formiche, e su altre ancora, vedere lo splendido capitolo The Superorganism, in Biofilia, di Edward O. Wilson. Harvard University Press, Cambridge, 1984.

Note

[7] Ma quand'è che una foresta è matura, o "in equilibrio"? Non quando gli alberi smettono di crescere, o quando la composizione della flora si stabilizza, perché questo non avviene mai; piuttosto, quando smette di crescere la quantità di materiale organico che compone il bosco, comprendendo in questo i tronchi, i rami, le foglie, le radici di tutte le piante, sia vive che marcescenti, ed anche l'humus che sta nel terreno, che deriva dalla decomposizione delle piante stesse. In quella situazione la foresta ha immagazzinato tutto il carbonio possibile: continua ad assorbirne consumando l'anidride carbonica dell'atmosfera, ma ne emette altrettanto attraverso i processi di decomposizione e di ossidazione del materiale organico sul terreno. Una foresta giovane invece immagazzina più carbonio di quello che emette. Una foresta che brucia emette tutto o quasi il carbonio che ha. Quindi le foreste sono magazzini di carbonio, che viene tolto dall'atmosfera, riducendo l'effetto serra, e noi dovremmo tendere ad averne il più possibile nello stato maturo. Per ottenere una foresta matura, però, a volte e come vedremo non bastano 500 anni. Quindi cosa dobbiamo concludere, che ci rinunciamo perché serve troppo tempo? No, concludiamo che serve un diverso senso del tempo e che dobbiamo impegnarci; a goderne non saremo noi, ma le generazioni future.

[8] Un recente ritrovamento archeologico sembra confermare quest'idea: si tratta di Otzi, l'uomo del ghiaccio, ritrovato nel settembre del 1991 ai margini del ghiacciaio Similaun, nell'altoatesina Val Senales, all'altezza di 3200 metri. Il corpo mummificato, datato a 5000 anni fa, presenta ferite che fanno pensare che stesse fuggendo dalla Val Venosta per raggiungere le valli austriache oltre il crinale, forse per sfuggire a qualche strage tribale (18).

[9] Sono quelle piogge che con la loro straordinaria intensità determinano la fisionomia del territorio ed il percorso dei canali di deflusso "naturali" esse normalmente travolgono quelli creati dagli agricoltori (o da amministratori sprovveduti).

[11] Un bosco è mediamente più produttivo di un prato, ma le specie che possono utilizzare i nutrienti prodotti in un bosco sono diverse da quelle che si nutrono di erbe.

[12] C’è una ragione, per cui parlando dell’ambiente del nostro paese mi riferisco prevalentemente ai boschi. Infatti alle nostre latitudini, ed in climi come i nostri, il bosco è di gran lunga l’ambiente naturale più probabile. Mi spiego: se abbandonassimo il territorio italiano per qualche migliaio di anni, tornando troveremmo un bosco quasi ininterrotto, con l’eccezione di dirupi, paludi, dune sabbiose, zone rocciose o dalla quota troppo elevata, dove proprio un bosco non può attecchire. Il prato, per esempio, nei nostri climi non è affatto un ambiente naturale in "equilibrio": esso è dovuto all’azione di qualcuno che ha eliminato il bosco, oppure a fatti accidentali, come un incendio, per cui temporaneamente il tappeto erboso sostituisce il bosco nelle zone bruciate. Non solo da noi; per esempio la presenza di alcune praterie in Nord America era probabilmente dovuta all’azione combinata degli indiani (che incendiavano per favorire i bisonti) e dei bisonti che pascolando eliminavano le piccole piante arboree. Più o meno come i pastori sardi con le pecore e le capre. Lo stesso vale per i prati in cui pascola il nostro bestiame, se non sono a quota troppo elevata per la crescita degli alberi.

[13] Un esempio spesso citato di quanto sia lungo il tempo necessario perché un bosco raggiunga il suo "equilibrio" è quello della foresta attorno alle rovine di Angkor, in Cambogia. La capitale del popolo Khmer fu abbandonata nel 1431, e la foresta cominciò a crescere in quel periodo, in un territorio precedentemente antropizzato. Sono trascorsi 569 anni da allora, e la foresta a detta degli esperti non ha ancora raggiunto il suo stato di maturità.

[14] Faccio l’esempio del Nord America perché è quello che conosco meglio, fuori d’Italia, e perché lì in molte zone il clima non è troppo diverso dal nostro.

[15] L’esempio della Pennsylvania non vuol significare che quella regione sia un esempio di "equilibrio" ecologico; non lo è affatto, e qui non vale la pena di discuterne; esso è solo un esempio della quantità di vita che un bosco, anche recente, ma non pulito, può ospitare.

[16] È il fenomeno dell'albero nutrice, comune quando le piante cadute non vengono eliminate e le condizioni di umidità sono propizie.

[17] Oggi vaste zone di quel territorio, un tempo coltivate, sono state abbandonate o sono sul punto di esserlo; si creano quindi opportunità di ripristino ambientale che in parte contrastano con la vocazione turistica della zona. Di recente, fortunatamente le Cinque Terre sono diventate un Parco Nazionale; vedremo come se la caveranno i legislatori ed i gestori per conciliare (ma è possibile?) gli aspetti di sfruttamento del territorio e di testimonianza del passato propri della zona, con il ripristino di condizioni di naturalità. Nel frattempo nel Parco si continua a praticare un'attività naturale ben radicata, quella della caccia.

[18] Quel modello di sviluppo, basato sull'ipersfruttamento di terreni inadatti creò per le popolazioni di quel lembo di Liguria gli stessi inconvenienti che ha creato ad esempio in certe zone della Cina. Tra questi, l'emigrazione verso zone del mondo con grandi spazi disponibili (in questo caso essenzialmente l'Argentina), e l'uso del secchio al posto del gabinetto, allo scopo di utilizzare anche le deiezioni umane per il mantenimento di una quantità sufficiente di humus in vigne ed orti.

[19] Le strisce tagliafuoco sono efficaci in caso di incendi accidentali; ma da noi gli incendi sono praticamente tutti dolosi, cioè appiccati volontariamente, quindi per i nostri boschi sono inutili, salvo per chi vorrebbe usare i boschi per veder finanziati un bel po’ di lavori pubblici. Non vi è venuto in mente che molti lavori per l’ambiente in realtà sono lavori contro l’ambiente, ma per il business di qualcuno? E che se a volte sono per l'occupazione di qualcuno, per l'ambiente non fa differenza?

[20] Disponibili, ma poco frequentati. Almeno però la gente sa che esistono e che sono consultabili da qualche parte.

[21] Questa possibilità sembra remota, se guardiamo gli indizi più evidenti. Provate per esempio a guardare lo stato di una spiaggia subito dopo che una scolaresca in gita scolastica vi ha trascorso qualche ora. Probabilmente (a me è capitato spesso) troverete cartacce, sacchetti, resti di pasti, mozziconi; e avrete un ottimo esempio di attività educative che diseducano.

[22] Si dice così, ritengo, a causa di qualche errore di trascrizione da parte degli amanuensi medievali; essi, come ci ha mostrato recentemente un libro di Umberto Eco, erano spesso distratti da passioni incontrollabili. Recenti analisi antropologiche fanno ritenere che la versione originale, coniata forse ai tempi di Cicerone, fosse "Patria del Dritto".

[23] Le culture non si possono salvare, se sono cambiati i presupposti economici e tecnologici che le avevano determinate. Si possono studiare, se ne può conservare la memoria, per gli storici o per i semplici appassionati, ma non gli si può restituire vita, se il mondo che le ha determinate è scomparso .

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