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CONSERVAZIONE DELLE SPECIE E DELL'AMBIENTE
Il bel tempo andato
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Nell’inaugurare questa rubrica, che tratta della conservazione delle altre specie e del loro ambiente, vorrei invitarvi a visitare con me la Fiera dei Luoghi Comuni. A quella fiera, che si tiene ogni giorno dappertutto, il Bel Tempo Andato è l’articolo più venduto. Tutte le bancarelle ne espongono vari modelli, e gli avventori, pur con lo sguardo un po’ annoiato, alla fine ne comprano almeno qualcuno. Qualche cliente che protesta un po’ a volte c’è: "ma come, non avete qualche luogo comune nuovo?" A questa richiesta, i venditori allargano le braccia: "solo questi abbiamo, però state tranquilli, si sono sempre venduti benissimo".

Proprio così, il bel tempo andato sembra una passione generale, e si vende a palate ed a quintali, liscio o condito con nostalgia. Ma si può sentire nostalgia per una cosa che non si è mai sperimentata? Sembrerebbe che per essere oggetto di nostalgia, una cosa debba per forza stare nella memoria. Ma nella memoria di ognuno, oltre alle cose direttamente sperimentate, ci sono anche quelle semplicemente sentite dire, per esempio quelle a cui quasi tutti credono. Il bel tempo andato è una di queste. Dovremmo stupircene? Macché, è assolutamente normale, è sempre accaduto, da noi e con ogni probabilità in tutto il mondo. Ci sono perfino ragioni fisiologiche, perché sia così.

Infatti, tutti gli animali nell’età giovanile sono più ricettivi che nell’età matura: le capacità d'apprendimento sono più elevate, le emozioni sono più intense e lasciano un segno più profondo nella psiche dell’individuo, tanto da dare luogo a fenomeni di imprinting.

LASCIATE CHE IMPARI COME UN ORSO

Nell’età dell’infanzia, gli animali (compresi i nostri simili) imparano più facilmente e più durevolmente che in ogni altro periodo della vita. Per questo la natura li ha dotati di una curiosità inesauribile. Se incontrate questo cucciolo, però, non fatevi venir voglia di contribuire alla sua educazione, ma voltate le spalle ed allontanatevi in fretta, cercando di passare inosservato: la mamma è un orso grizzly, e probabilmente ha un brutto carattere.

Giancarlo Lagostena AD OCCHI BENDATI conservazione delle specie e dell'ambiente

Quindi, l’individuo tende normalmente a identificarsi col mondo di quando era giovane; quello era il mondo "giusto", "naturale", "a misura d’uomo". Così egli tende ad identificare il passato con il luogo delle cose buone e piacevoli, opposto al presente, luogo delle cose sgradevoli. Una facile estrapolazione di quella percezione gli fa estendere questa qualità al passato di cui non ha esperienza, quello dei "tempi di una volta" l’estrapolazione è tanto più probabile se viene suggerita da qualcuno. Intere generazioni di politici, scrittori, poeti, musicisti, pittori, hanno sfruttato e sfruttano la propensione alla nostalgia dell’animo umano per ottenere facili successi.

I POLINESIANI: Dr. JACKILL e Mr. HIDE

Paul Gauguin è un esempio di come molti artisti vedono i popoli "primitivi": i suoi polinesiani sono dipinti come "in equilibrio con la natura" e vivono in un ambiente idilliaco. Gauguin però non sapeva che quei popoli avevano compiuto una serie di misfatti ecologici, quando partendo dalle isole Fiji prima e dalle isole Marchesi poi si erano diffusi in molte isole disabitate dell’Oceano Pacifico.

Giancarlo Lagostena - Ad occhi bendati, conservazione delle specie e dell'ambiente

Non stupisce che normalmente un atteggiamento emotivo e "poetico" prevalga su atteggiamenti più obiettivi. Infatti, la maggior parte delle persone non ha una preparazione scientifica; solo una piccola percentuale della popolazione ce l’ha (forse il 2, o il 3, o forse il 5 per cento). C’è anche una ragione genetica, probabilmente, che fa sì che la cultura comune non sia scientifica se non in minima parte. Nel suo The Prehistory of the Mind, Steven Mithen (1) ci spiega come l'intelligenza di tipo sociale sia quella che abbiamo sviluppato per prima durante la nostra evoluzione. Anzi, non saremmo stati noi a svilupparla, ma l’avremmo ereditata dai geni dei Primati da cui discendiamo; noi l’avremmo poi affinata ed acuita, ma quel tipo di intelligenza sarebbe già stato presente sul nostro pianeta in misura rilevante qualche decina di milioni di anni fa. Quindi, geni che sono ben radicati nel nostro

I nostri cugini scimpanzé passano molto tempo ad osservare i compagni di branco, e a volte sembra che indovinino quello che questi stanno pensando. Traggono vantaggio da quelle osservazioni; ad esempio per modificare gli equilibri di potere all’interno del branco (stringendo alleanze opportunistiche), e per profittare dei momenti di distrazione dei maschi dominanti per accoppiarsi con le femmine (2) . Molto simili a noi, insomma. Quindi, forse anche gli antenati comuni (i nostri tris-trisnonni) facevano le stesse cose.

Giancarlo Lagostena - Ad occhi bendati, conservazione delle specie e dell'ambiente

genoma e diffusi nelle popolazioni ci specializzano per dare grande importanza alle questioni sociali, in pratica a quello che gli altri fanno, dicono o pensano. Mentre l'intelligenza di tipo naturalistico (quella responsabile dei nostri interessi scientifici) è molto più recente, meno radicata e diffusa; questo causerebbe il nostro scarso interesse per la parte non umana del mondo che ci circonda. Infatti, quel tipo di intelligenza nasce qualche decina di migliaia di anni fa (quindi è circa mille volte più giovane); tra 40.000 e 30.000 anni fa produce nuovi attrezzi e le prime manifestazioni artistiche, per lo più sotto forma di piccole statuette di avorio o terracotta. Era nata una nuova forma di intelligenza, responsabile delle nostre capacità tecniche e scientifiche, oltre che delle arti (almeno di quelle figurative).

VENERE E MONNA LISA

Questa splendida figurina scolpita in avorio ha circa 25.000 anni. È la Venere di Brassempouy, dalla località francese in cui è stata trovata. Se la confrontiamo con un’opera più recente, concludiamo che l’arte non è poi cambiata molto, in tutto questo tempo.

Però …. le due donne somigliano, malgrado la differenza di età e l’acconciatura diversa (la moda cambia). Che Leonardo abbia copiato?

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Della cultura passatista, la scuola ha forti responsabilità; forse a causa del principio che tutte le cose, viventi e no, tendono a minimizzare il dispendio di energia, la scuola insegna soltanto il passato, ed evita il compito molto più difficile di insegnare il futuro. In questo modo, tra influssi genetici ed influssi culturali, si diffonde l’ idea che il passato sia il luogo delle cose buone e genuine, opposto al presente, luogo delle cose innaturali. I connotati del tempo così vagheggiato hanno sempre caratteristiche che sono proprie dei miti: normalmente ci si riferisce a quei periodi con espressioni del tipo "ai bei tempi", "una volta", "al tempo dei tempi". In sostanza, quel passato non è mai collocato nel tempo in maniera precisa, come nelle favole.

LA CAMPAGNA NON È NATURALE

Tre o quattro millenni di antropizzazione non hanno prodotto solo disastri, ma anche cose belle. Come questo fondo valle della campagna toscana. Ma la bellezza e la naturalità non sono la stessa cosa. Infatti, la bellezza dipende da abitudini culturali, mentre la naturalità è un fatto che può essere oggettivo.

L’immagine in basso ci aiuta ad immaginare come probabilmente era quella valletta prima che i nostri antenati iniziassero a frequentarla. Noi possiamo preferire la prima o la seconda versione (a seconda delle nostre esigenze economiche o del nostro senso estetico).

Però quale versione preferirebbero le altre specie (che oggi lì non ci sono più), ed indovinate a quale delle due foto somiglierebbe il paesaggio, dopo che avessimo abbandonato il luogo e lasciato fare alla natura per due o trecento anni.

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Alla fine del settecento ha successo il mito del Buon Selvaggio e del buon tempo passato; suo creatore è Jean Jacques Rousseau, il filosofo della Dea Natura, che suggeriva che le popolazioni "selvagge" possedessero sensibilità, poteri e virtù di armonia con l’ambiente naturale che l’uomo "civilizzato" avrebbe perduto. Una serie di fatti analizzati negli ultimi decenni demoliscono quel mito; alcuni li vedremo prossimamente.

Rousseau non aveva mai incontrato un membro delle popolazioni "selvagge" in vita sua, né si era recato dove quelle popolazioni vivevano. Aveva solo letto i resoconti di viaggio di alcuni suoi contemporanei; tutto il resto l’aveva fatto la sua fantasia. Forse, anche se non scriveva in versi, anziché filosofo dovrebbe essere definito poeta. La poesia, come la musica, è molto piacevole, e rappresenta un valore estetico dei più importanti. La bellezza però non va confusa con la verità, anche se la confusione è abbastanza comune: tutti vorremmo che le idee che ci piacciono fossero anche vere. Di qui l’adagio anglosassone: buona poesia, cattiva scienza. Quindi, pratichiamo la poesia, la musica, e tutto quanto ha quelle piacevoli caratteristiche; però non confondiamo i prodotti di quelle arti con la verità: un’idea non acquista un minimo grado di probabilità di corrispondere al vero, per il fatto di essere enunciata con parole alate, o per il fatto di essere cantata, per esempio da un cantante pop.

Invece, le idee della scienza, che per quanto riguarda l’ambiente dovrebbero essere le più interessanti (in quanto hanno la maggiore probabilità di essere vere), spesso sono poco attraenti, almeno per il pubblico non preparato, e gli esperti nell’enunciarle badano poco o nulla all’estetica. Per quanto riguarda la protezione dell’ambiente, però, il fatto che le idee scientifiche siano comunicate al grande pubblico in maniera efficace, accessibile, convincente e piacevole è importante. Infatti, è soprattutto la gente comune che dovrà ridurre i propri gradi di libertà per salvaguardare l’ambiente (e le altre specie). La gente non accetterà di rinunciare a parte delle proprie libertà, se non si renderà ben conto delle ragioni.

Giancarlo Lagostena

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Bibliografia

  1. Vedere The Prehistory of The Mind, di Steven Mithen. Guensey Press, Channel Islands, 1996.
  2. Sull’argomento, vedere per esempio Walking with the Great Apes: Jane Goodall, Dian Fossey, Birute Galdikas, di Sy Montgomery (1991).
  3.  Per approfondire l’argomento, vedere per esempio Ad Occhi Bendati, dell’autore di questa rubrica, editore De Ferrari, Genova 2001. Sul sito dell’editore (De Ferrari) tra qualche giorno si potrà leggerne un estratto come e-book.
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