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RACCONTI DI VIAGGIO
Nemoj zaboraviti

Viaggio nel Montenegro
Montenegro, viaggio
Juanito - eroe del Montenegro
Sabato 16 agosto 2003
, partenza h. 7,45 Km. 0,00

Incredibile! Anche Juanito parte per partecipare ad un’esposizione canina internazionale, a Bar, nel Montenegro.

Lo "zotico ruspante" delle campagne veliterne si unisce all’élite dei nobili, alla reginetta Bonita, al campione Pepito e tenta l’ebbrezza della passerella in Montenegro, senza nessuna speranza di successo e, principalmente, senza nessuna voglia né preparazione.

Juanito, infatti, è il mio chihuahua, nato da magnanimi lombi, quelli di Pepito con Tequila, suoi genitori "pluridecorati", ma traviato da me, condotto ad una vita campestre in compagnia di due bastardone, grandi dieci volte lui, e quattro gatti, con cui convive in buon’armonia.

Ha avuto fin da cucciolo iniziazioni teatrali di grande successo, infatti è stato l’unico attore della Compagnia stabile dell’UNI 3, Università delle Tre Età, che ha calcato le scene recitando brillantemente "da cane", adorato e vezzeggiato da tutte le "zie" della Compagnia, che se lo sono visto crescere, si fa per dire, sotto gli occhi.

Lui ha recitato il suo ruolo di cane con professionalità e preparazione, non mancando mai ad una prova ed entrando sempre più a fondo nel personaggio di "Juanito Ardiente", nome d’arte. A successi ottenuti, a mo’ di Cincinnato, se n’è tornato nelle sue campagne, senza montarsi la testa, né atteggiarsi a divo.

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Juanito ringrazia il pubblico

Vedremo in Montenegro come saprà interpretare quello che fa finta di presentarsi ad un’esposizione canina…..senza crederci.

Dopo che Bonita l’avrà stracciato col suo incedere ancheggiante e muliebre, non gli resterà che nascondersi e consolarsi in compagnia di Querida, la dolce focomelica, figlia di Bonita che, come già avvenne nel viaggio a Dortmund, anche questa volta accompagna la madre a caccia di successi internazionali.

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Alfredo

C’è un’altra new entry di grande rilievo nella combriccola del camper, non canina, ma ugualmente di gran rilievo in questo nostro viaggio estivo: mio marito Alfredo, nonché padre amoroso ed un po’ "rinco" di Juanito. Padre amoroso che non poteva lasciare il "figlio" da solo ad affrontare una prova così impegnativa e che, comunque, dovrà essere pronto, dopo, a raccogliere i cocci, quando il suo diletto "bimbo" verrà cacciato con ignominia dal ring e rischierà una crisi depressiva o d’identità.

Per il momento stiamo viaggiando sull’Appennino con i vips nei trasportini, come si addice a tutti i cani per bene ed abituati all’alta società ed il mio spudoratamente a gambe all’aria sul sedile vicino a me, come si addice a tutti i figli tardivi e viziati da genitori vecchi.

Il suo "babbino" è sul sedile anteriore che ciondola la testa fra l’"abbiocco" e la veglia, Romano guida, instancabile come sempre e Mimma, costretta da una costola incrinata ad una posizione di retroguardia, ma sempre vigile e con la situazione in pugno, distribuisce comandi a voce amplificata, semisdraiata sui divani della dinette in fondo al camper.

Domenica 17 agosto 2003
, partenza h.11 Km 710

Dopo aver pernottato in un campeggio ad Opatija (Abbazia, città che nei primi decenni del ‘900 vide fiorire la giovinezza e la bellezza di mia suocera, tanto che venne chiamata " la rosa di Abbazia", e dove più tardi, durante la seconda guerra mondiale, mia suocera, le sue sorelle e tutti i loro numerosi figli ritornarono per rifugiarsi nell’accogliente casa paterna), proseguiamo il nostro viaggio in Croazia con Alfredo che rivive, ricorda, annusa momenti della sua azzurra infanzia ad Abbazia.

Al mattino ci ha sollecitato a concederci una lucente colazione sulla terrazza del ristorante del campeggio con panorama sulle insenature del golfo, a sera, memore della raffinata pasticceria in cui sua madre e le sue zie eccellevano, ci propina quattro tipi di torte all’apparenza simili a quelle del passato, ma in realtà pesanti e grossolane e che niente avevano da spartire con le splendide sacher torte, i deliziosi vanille kipferl o gli struggenti buchteln che la sua famiglia era usa sfornare per la gioia dei bambini.

A sud di Rijeke (Fiume) ammiriamo Bakar, un delizioso paesino in fondo ad un angelico fiordo protetto da tutte le intemperie, ma oltraggiato da un’efficiente raffineria petrolifera.

Nel pomeriggio abbiamo cercato con pertinace ostinazione i laghi di Plitvice, andando, ritornando sui nostri passi, andando ancora e facendo un’inaspettata sosta ad un vecchio mulino, nascosto nei boschi della riserva naturale, ancora operante, ma fermo nella struttura ad i secoli scorsi.

Alfredo, nell’intento di fotografare uno scorcio del vecchio mulino, è entrato a piedi nudi nell’acqua del ruscello che passa sotto la struttura di legno del mulino ed ha goduto di quest’esperienza fanciullesca con ritrovata gioia. L’acqua gelida e corrente gli ha lavato via cinquant’anni di vita, restituendocelo vispo e giulivo come un giovinetto.

Lunedì 18 agosto 2003
, partenza h. 8 Km 973

Oggi abbiamo camminato in un sogno.

I Plitvicka Jesera (laghi di Plitvice) sono un luogo di stupefacente bellezza che suscitano emozioni pure, antiche, di ancestrale amicizia con la natura; natura intesa come madre tenera protettrice e generosa dispensatrice di entusiasmanti visioni.

Il colore cobalto, turchese dei laghi t’illumina l’anima, dilatandola in una tenerezza gioiosa.

I camminamenti seguono la storia dell’acqua, che dai laghi superiori si travasa, attraverso salti e cascate, nei laghi inferiori.

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Laghi di Plitvice

Descritto così appare banale e scontato, mentre quello che stupisce è come questo riversarsi dell’acqua nell’acqua avviene.

Infatti, oltre alle appariscenti cascate a strapiombo (la più alta è di 76 metri ed i suoi rivoli si nebulizzano nell’aria diffondendo gradite docce rinfrescanti tutt’intorno), quello che incanta lungo i percorsi sono le inattese cascatelle che si aprono fra i tronchi degli alberi e cercano, con grazia ed ostinazione, la loro via verso un’accogliente bacino.

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Laghi di Plitvive

"Si sente il respiro dell’acqua", come ha detto Mimma, prima ancora d’incontrarla e poi si rimane rapiti ad osservarne il flusso fresco e spumeggiante.

In un angolo più suggestivo degli altri, ho trovato il tronco di un albero curvo sull’acqua e mi ci sono adagiata sopra, attenta ad ascoltare ed osservare il racconto dell’acqua. Non volevo staccarmene più: poteva la vita annullarsi in quel momento, mentre ero immersa in tanta delicata bellezza.

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Canyon Colorado nel Sinai

Provai la stessa sensazione al Canyon Colorato, nel Sinai, quando "conquistai", letteralmente conquistai, dopo un percorso accidentato e difficilissimo per la mia età e la mia schiena, ma stupendo, magico, per i colori della sabbia e delle rocce, che andavano dal bianco al verde e al viola, una vallata di sabbia finissima, impalpabile, incassata fra i costoni di roccia dai quali ero discesa.

Era la valle dell’inizio dei tempi, poteva essere una valle raggiunta dal Popolo Eletto durante i quarant’anni di peregrinazione nel deserto, poteva essere la Valle dell’Eden o il Nirvana, era, comunque, la valle in cui avrei voluto disintegrarmi, lasciarmi andare supina, a braccia aperte, e diventare anch’io sabbia, aria, azzurro del cielo, rara vegetazione e respiro del vento.

Lassù, sopra un altro costone, lontanissime e microscopiche, ci aspettavano le jeeps per riportarci nella civiltà, che in quel momento sentivo sconosciuta ed inutile, perché, in quel momento, io appartenevo all’eternità.

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Canyon Colorato nel Sinai

Così, adagiata sul tronco di Plitvice, mi sentivo acqua, humus, gioiosa e zampillante bellezza, antica e tenace come quello scorrere inarrestabile.

La civiltà com’è lontana, quando la natura ti "opprime" con la sua bellezza ed il corpo, tanto pesante che ti porti dietro, sembra aprirsi, allargarsi, alleggerirsi e fondersi dentro la bellezza da cui sei stata assorbita.

Come al Canyon Colorato, anche qui la realtà incombeva, i geni della civiltà si sono riattivati e mi hanno trascinato verso il prosieguo di un percorso, che avrei voluto arrestare nel tempo.

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Cascata di Plitvice

Ho guardato con invidia le foglie degli alberi che lambivano il cobalto dell’acqua, l’accarezzavano lievi e se ne lasciavano rinfrescare, in uno scambio d’amore.

So di avere sfiorato ancora una volta, per un istante, l’assoluto del bello e della perfezione, percezioni emozionali di un attimo, che ti avvicinano all’eternità ed all’universo tutto.

Martedì 19 agosto 2003
, partenza h.11 Km 1,150

A questo punto del viaggio sembriamo degli sfollati di guerra.

Giriamo con un camper tenuto insieme da corde e cerotti, in più con qualche pezzo volante che perdiamo durante il cammino, premurosamente raccolto dai nostri amici, che ci seguono alla guida di un altro camper, con tre cani dalmata a bordo.

Non è ben chiaro se è Alfredo che porta iella o se è il camper che, conscio che sta per essere venduto e sostituito con uno più "giovane", dopo chilometri e chilometri d’indefesso servizio, vuole vendicarsi ed estinguersi da solo.

Ci riterremo fortunati se riusciremo a tornare a casa a mo’ di go-kart, con lo châssis, i quattro sedili ed il motore.

La prima botta l’ha data Alfredo, franando rovinosamente sul compensato che fa da tappo al govone delle provviste e spaccandolo generosamente.

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Alba, Manola, Mimma e Ifigenia, la dalmata

All’avvilimento notturno che è seguito da ambo i lati (noi sul letto di "prua" e Romano e Mimma sul letto di "poppa") e dopo una notte di giaculatorie, in cui tutti invocavano una salvifica e risolutiva dieta per Alfredo e per la sicurezza di noi tutti, la sera successiva Romano, nell’impeto di ubbidire agli ordini di un truce croato che c’indicava dove collocare il camper all’interno del campeggio, ha tentato di chiudere la scaletta di risalita con Alfredo sopra (ancora non a dieta) ed ha così fuso la bobina del comando elettrico.

A quel punto la scaletta non si chiudeva più e avendo Mimma sentenziato che il viaggio era finito e non avremmo più potuto muoverci, Alfredo decideva di cercare un treno per rimpatriarsi subito, mentre il gestore del campeggio ci assicurava che si sarebbe interessato per trovare un elettrauto, ma che sarebbe stato difficile averlo presto, cioè l’indomani.

Seconda notte di sacramenti e giaculatorie.

Al mattino il gestore "s’è dato", Romano e Mimma trafficano con libretti d’istruzione e contatti elettrici, Alfredo, di ritorno dalle docce, pulito, rinfrescato e con i pantaloni freschi di bucato, si sdraia per terra e, insieme a Romano, comincia a trafficare con corde, bulloni e nodi da marinaio, per tentare di chiudere a mano la scaletta.

I nostri amici, che hanno passato la notte fuori del campeggio e sono ignari dell’accaduto, non avendoci visti apparire all’ora e nel luogo prestabiliti, ci rintracciano miracolosamente, partecipando alle operazioni di soccorso.

Io mi do alle pulizie, ritenendo che con tanti cervelli tesi fino allo spasimo alla soluzione del problema, il mio può continuare ad occuparsi di cose più terra terra.

Lo spasimo dei cervelli ottiene il risultato sperato: la scaletta viene chiusa manualmente, legata senza pietà con corde e nodi a cappio e dimenticata come un incubo. Il coperchio del govone era già stato incerottato a dovere come un veterano fin dalla sera prima ed il pezzo, perso per strada e recuperato dagli amici, messo scrupolosamente da parte.

Non ci rimane che "rubare" ad un supermercato una scassatissima cassetta di plastica rotta da utilizzare come gradino, unico e tremolante, al posto dell’imprigionata scaletta, e la rubiamo.

L’assunto di Mimma è stato così momentaneamente smentito, il viaggio traballante riprende ed Alfredo decide di soprassedere al suo ritorno in patria e di concedersi un’altra chance, dopodiché, in mancanza di treni, tenterà di raggiungere a nuoto la costa adriatica.

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Mattinata di luce e di vento
Mercoledì 20 e giovedì 21 agosto 2003
, partenza h. 9,30 Km 1,337

La notte di "passione" si apre su di una mattinata di luce e di vento.

"Ci manca solo la Bora a centocinquanta chilometri all’ora…" qualcuno mastica fra i denti: Alfredo effettivamente si chiama Bora di cognome e varie occhiate oblique s’intrecciano in silenzio!

Ieri sera, quando ormai superati i cerotti, i cappi e le corde credevamo di poter chiudere in serenità la giornata, la vendetta del camper ha colpito ancora; questa volta è stato un a corpo a corpo fra Romano ed il suo adorato trabiccolo.

Eravamo reduci da un piacevole girovagare a Trogir, antichissima colonia veneta. Avevamo, come sempre, imperversato in un allegro mercatino lungo mare, avevamo ammirato le antiche vestigia di Venezia, mangiato pesciolini fritti nella città vecchia, lungo stradine di pietra carsica del tutto simili alle calli veneziane ed, infine, eravamo ritornati al camper utilizzando, per salirvi, il nuovo gradino, ottenuto dalla cassetta di plastica rinforzata con pezzi di legno.

Fieri e gelosi della nostra nuova "scaletta", tanto che non ci fidavamo di lasciarla all’esterno quando ci allontanavamo dal camper, ma la celavamo sempre all’interno, chiudendo a chiave la porta, a quel punto della giornata non ci restava che trovare un campeggio e finire la serata in tranquillità

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Spalato: Il Peristilio
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Palazzo di Spalato

Volevamo acquartierarci subito dopo Spalato per poi tornarvi l’indomani mattina, lasciando i camper in periferia, e visitare con calma la città; non sapevamo che dopo Spalato la costa cambia: non più larghe zone di spiaggia sulle quali impiantare un campeggio dietro l’altro, ma scogli a picco sul mare, poco distante dai quali scorre la litoranea.

I campeggi sono pochi e piccoli, per cui quando abbiamo visto un’insegna che ci sembrava accettabile, ci siamo infilati in un ingresso, che troppo tardi ha rivelato tutta la sua angustia e difficoltà d’accesso.

Naturalmente, quando ci siamo trovati imbottigliati fra un’uscita bloccata, un ingresso impossibile, file a destra e sinistra di macchine parcheggiate... A questo punto del racconto la luce del mattino si è frantumata, il vento celeste si è afflosciato, la gioia del viaggio spenta e la voglia di ridere di noi stessi sciolta in un sudore malato, che puzza di paura. Il temuto suono del telefonino, che ci annunciava lo scempio fatto dai ladri nella nostra abitazione, ha gelato la mia mano intenta alla scrittura e ha polverizzato ogni entusiasmo: Alfredo ha davvero riattraversato l’Adriatico, non a nuoto, ma in aereo, per tornarsene a Velletri a contemplare la nostra casa aggredita e violata.

Un dolore pesante mi schiaccia il petto e la voglia inutile di piangere mi gonfia gli occhi. Stiamo viaggiando nei pressi di Ploce, immersi in panorami bellissimi: dolcissimi laghi a sinistra, rocce ed insenature di mare a destra. Più le immagini sono radiose, più si fa pesante il dolore per non poterle dividere con mio marito. Era il primo viaggio insieme dopo anni in cui varie circostanze ce l’avevano impedito e ce lo stavamo godendo con fresca, fanciullesca gioia.

Aspettavamo di rivedere Dubrovnik, dove avevamo passato momenti particolari, quindici anni fa, e, da lontano, mandare un saluto a Mostar e Saraievo, visitate sempre durante lo stesso viaggio e di cui seguimmo con apprensione le tragiche vicende durante la sanguinosa guerra degli anni ’90.

Ecco, proprio adesso, mi passa davanti agli occhi la freccia stradale indicante la direzione per Mostar e Saraievo: il famoso ponte di Mostar distrutto a cannonate, noi lo vedemmo, lo percorremmo e lo rimpiangemmo, quando lo sapemmo crollato.

Vorrei telefonare a mio marito: «…spranga la casa con assi di legno inchiodate a croce, come facevano ai tempi della peste, serra il cancello scardinato con pezzi di catene e torna qui, riattraversa l’Adriatico: ti aspettiamo a Dubrovnik. Maledici i ladri, augura loro di sfracellarsi con la nostra stessa macchina che ci hanno rubato e torna qui. Raggiungici!…».

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Mimma e Pepito a Dubrovnik
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Dubrovnik: la Placa

Dimentichiamo il maledetto Fato, Karma, Destino: facciamocelo noi il nostro destino, costruiamolo con questo mare languido e trasparente, con questi laghi timidi e discreti, con questi fiordi di un azzurro innocente, con questi rotondi dossi di verde che lambiscono l’acqua, adagiandosi su sottili spiagge di sabbia o di ciotoli bianchi.

Dissolviamoci nella luce di questa bellezza o nel cobalto dei laghi di Plitvice o nel sole ardente dell’Andalusia, costruiamoci un destino senza più futuro, ma fermato in un presente d’incorporietà ed oblio.

Il Pianeta Terra è un luogo d’incanto nel divino e nell’orrido; vivere sul Pianeta Terra è guerra, fatica e spesso disincanto.

Venerdì 22 agosto 2003
, partenza h. 14 Km 1,850

Ulinj - Bar (Esposizione Internazionale del Campionato di Serbia e Montenegro)

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Sandro con il dalmata Oreste a Bar
Sabato 23 agosto 2003
, partenza h.16 Km 1,890

Bar - Petrovac (Esposizione Nazionale del Campionato di Serbia e Montenegro, notturna)

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Spiaggia di Petrovac al tramonto
Domenica 24 agosto 2003
, partenza h. 8 Km 1,916

Petrovac - Golubovci (Esposizione Nazionale del Campionato di Serbia e Montenegro)

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Mimma con Bonita a Golubovci
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Mimma con Juanito a Golubovci

Prima che la sconvolgente telefonata del furto spezzasse l’allegria, stavo raccontando di come, dopo essere entrati nel parcheggio, ci segnalino che il camping è completo e che non c’è possibilità di procedere. Ci troviamo imbottigliati: non c’è spazio per manovre e l’unica via d’uscita è quella di passare a retromarcia per l’ingresso sbilenco, e stavolta in salita, per cui siamo entrati.

La vendetta del camper colpisce ancora: è letteralmente un a corpo a corpo tra Romano e la macchina, che s’impunta come un mulo che si rifiuti di fare una salita troppo ripida. La frizione urla tutto il suo sforzo, il camper sogghigna, sobbalza e riscivola verso il basso inducendoci a scendere tutti, eccetto Romano, nel tentativo di alleggerirlo. Io, nell’impeto di alleggerirlo il più possibile, mi riempio le braccia dei quattro chihuahua e scendo tenendomeli stretti al petto, ammassati l’uno su l’altro come pupazzi, tra gli sguardi divertiti di tutti coloro che assistevano allo "spettacolo".

Romano, rimasto l’eroe solitario, ingaggia la lotta con il suo camper, lo bastona, lo lancia, lo riacciuffa quando ritorna a scivolare verso il basso, lo riassetta e di nuovo lo lancia a tutta forza verso la salita, ma il mulo s’imbizzarrisce più che mai, mentre i chihuahua, avvinti l’uno all’altro tremanti fra le mie braccia, assistono sbigottiti all’insolita tenzone.

Per averla vinta è stata necessaria la duplice spinta con rincorsa verso l’alto di un gruppo di massicci croati, che hanno sollevato il camper al di là del cordolo d’ingresso, mentre la frizione, dopo un disperato stridio, si afflosciava esausta…e Romano anche.

Però aveva vinto lui: la frizione, benché sfinita, era salva ed il camper, avvilito dalla sconfitta, stava con la lingua di fuori.

Dopo i cerotti, le corde, i pezzi al vento e gli urli della frizione noi volevamo solo una notte di riposo, ma trovare uno spiazzo adatto sembrava impossibile.

Finalmente, era ormai notte, troviamo una zona accessibile in riva al mare, ma stranamente ci prende il timore di possibili aggressioni, per cui passiamo una notte di sauna e disperazione con tutte le finestre e le porte chiuse, finché Mimma, con la sua solita energia decisionale, quando cani e cristiani stavano per morire asfissiati per colpa dei ladri, decide che se i ladri ci vogliono aggredire e derubare, ci deruberanno freschi e non intrisi di sudore e boccheggianti; apre, quindi , tutte le finestre e manda a quel paese gli ipotetici ladri.

Altri ladri, ben più reali, in quella stessa notte, stavano davvero devastando la nostra casa e derubavano Alfredo del piacere gioioso di questa vacanza itinerante.

Lunedì 25 agosto 2003
Partenza h. 8,30 Km 2,124

Incredibile!!!….Juanitino tornò vincitore: campione di Serbia e Montenegro, 1 Cacib (attestato internazionale) e 3 Cac (attestati nazionali).

Anche Bonita campionessa: 1 Cacib, 3 Cac e 3 Bob (migliore di razza) – 1° al Raggruppamento a Bar e 2° a Golubovci.

Il campionato internazionale delle repubbliche di Serbia e Monte Negro è stato molto campestre, adatto a Juanito, il parente contadino dei vips, un po’ meno alla reginetta Bonita, che infatti non perdeva occasione per esternare tutto il suo disappunto, abbaiando petulantemente a cani ed umani e, nei momenti migliori, tentando di affibbiare qualche morso ai cari "pargoli" montenegrini, che tentavano di vezzeggiarla.

Arrivava sul ring (si fa per dire, visto che si trattava di un quadrato di stoppie recintato con un nastro adesivo e numerato con un cartello infisso sopra un palo) già carica di rabbia, gli occhi di fuori dalla stizza e la voglia di far pagare caro a qualcuno tutto il suo disappunto. Incedeva con l’andatura sdegnosa e leggiadra dell’aristocratica mischiata ai villici e fulminava i giudici con occhiate di fuoco; ma li conquistava e vinceva.

Juanito, frastornato da tante novità, non si rendeva ben conto di cosa gli stesse succedendo e si limitava a fare in qualche modo quello che gli veniva richiesto, in umile obbedienza, pensando solo al momento in cui sarebbe rientrato in camper, lontano dalle luci della ribalta.

Alla fine dell’impresa, comunque, tutti e quattro i cani erano esausti e stravolti.

Il colpo finale è stato il traghetto Bar – Bari: chiusi nei trasportini non hanno più fiatato dalle 20 di sera, momento dell’imbarco, alle 8 di mattina, quando in una luminosa mattina d’Agosto il traghetto ci ha depositati sul bianco molo di Bari. Juanito era così stranito dalla sua prima esperienza in nave, che ho dovuto tirarlo fuori a forza dal trasportino, che aveva diviso fraternamente con Querida. Gli manca molto il suo protettivo "babbo", derubato, anche, della gioia di vedere il suo "pirillino" vincere il campionato.

Stanotte, mentre i chihuahua attoniti per l’esperienza del traghetto non davano cenni di vita, noi umani invece abbiamo saporitamente dormito come ghiri, dopo una lauta cena tipica montenegrina, che ci ha messo k.o. per tutta la notte, al punto che, se non ci svegliavano gli inservienti, rischiavamo di ritornarcene alle imperiose montagne del Monte Negro, come oggetti dimenticati

Stiamo percorrendo la costa italiana dell’Adriatico, risalendo verso Molfetta, accompagnati dall’azzurro intenso del mare e dal celeste tenue del cielo.

La Patria ci ha accolto con una rasserenante, pacificatoria luce di "bentornato", che momentaneamente fa sfumare nell’azzurro l’impatto che mi aspetta, quando rientrerò nella mia casa barbaramente scassinata.

Facciamo colazione in un lindo bar al porto di Molfetta, vicino al mercato ittico: tre splendide granite di caffè con panna e brioches tiepide ripiene d’amarene e crema, accompagnate da un bicchiere d’acqua minerale fresca per mondare la bocca dal residuo dolciastro di tanta delizia.

Ci fermiamo anche a Trani per ammirare lo spettacolo della sua cattedrale stupendamente bianca contro l’azzurro del mare.

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Cattedrale di Trani
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Alba, Mimma e i "Vips" a Trani

Siamo ormai in Irpinia e fra poco a Velletri, da dove domani Romano, Mimma ed Alfredo proseguiranno per Porto S. Stefano, loro per ricongiungersi all "orda selvaggia", Alfredo per riprendere la nostra auto con cui avevamo raggiunto l’Argentario per iniziare il viaggio e tuttora rimasta là, visto che lui é dovuto rientrare precipitosamente a Roma in aereo e da Roma in treno a Velletri.

Si chiude così un viaggio che sarebbe stato gioioso e spensierato, se la violenza di qualche balordo non l’avesse spezzato ed intriso di amarezza.

Rimarrà, comunque, come un viaggio accompagnato dalla luce e dall’azzurro dell’Adriatico e delle sue acque.

La luce ed i colori di Plitvicka Jesera, la luce della mattinata a Spalato, quando la notizia del furto ci ha oscurato il cuore, ma non gli occhi, la luce dell’acqua e del cielo, quando poche ore più tardi, da una spiaggia vicina all’aeroporto ho seguito malinconicamente con lo sguardo l’aereo che riportava a casa Alfredo, la luce di Dubrovnik che illuminava i tetti rossi delle sue case e le stupende pavimentazioni di pietra bianca del suo centro storico.

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Romano e… il lampione a Trani

Il riflesso cristallino, purissimo dell’acqua su di una riva di ciotoli bianchi, piccoli e piatti, a Gradac in Croazia e la luce del sole riflesso sul mare in un tardo pomeriggio sulla spiaggia di Petrovac nel Monte Negro.

Le luci notturne, non sfarzose come le nostre, ma essenziali, della costa montenegrina, mentre il traghetto si allontanava scivolando placidamente su di un mare addormentato e senza onde.

Nemoj zaboraviti, questa lingua dai suoni scivolati e dagli appoggi malinconici, nemoj zoboraviti, non dimenticare!

Sì, non dimenticare: gli entusiasmi e le delusioni, l’allegria e l’amarezza, gli stupori per le bellezze inattese e l’odio per le violenze subite.

Nemoj zaboraviti: non dimenticare, ma ricorda!

Ricorda anche la lotta di un camper che non vuole saperne di essere sostituito con un modello più nuovo e più spazioso, e torna a casa, dal suo ultimo viaggio, come un vecchio soldato pieno di cicatrici: legato, incerottato, con i pezzi e le guarnizioni fluttuanti al vento, ed i braccioli divelti od irrigiditi verso l’alto in una specie di perenne saluto fascista.

Se veramente andrà verso un altro destino si porterà con sé gli istanti di vita, le emozioni e le commozioni, che il suo tenace trasportarci ci ha permesso di vivere e di godere.

NEMOJ ZABORAVITI

Alba Raggiaschi

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