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martedì 7 febbraio 2012
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Riflessioni sul mio viaggio a Iquitos

Mentre aspettavo di salire sul grosso e vecchio ferry che mi avrebbe portato ad Iquitos, osservavo il cielo scuro e plumbeo di Yorimaguas, sorridente cittadina amazzonica. Eravamo sulla sponda destra del rio huallaga, nello stato peruviano di Loreto completamente immerso nella foresta amazzonica; il ferry aveva già caricato quei strani bovini tropicali con la gobba ed io avevo comprato cibo, acqua e un'amaca per dormire. Legando l'amaca nel salone mi girai e vidi sulla destra le magnifiche gambe di Alejandra, una bellissima infermiera volontaria di Siviglia, già distesa nella sua amaca, mentre a sinistra si sistemò Vanita, una dolce "chica" di Iquitos col suo nipotino.

Quando la "lancia", in leggero ritardo, iniziò la navigazione nelle scure acque del rio huallaga, mi accorsi che non c'erano zanzare; mi spiegarono che la ventilazione creata dal moto del ferry le infastidiva.

Malgrado la presenza della dolce Vanita e della superba Alejandra, mi apparve una cosa negativa, dal momento che quasi tutti gli "indigeni" viaggiavano con delle scatole di cartone che facevano tanto chiasso: c'erano dentro tutti galli da combattimento! Disteso sull'amaca vicino alla finestra, cominciai a guardare fuori il verde della foresta e le altissime "lupunas", i pappagalli e gli uccelli in volo, le rare capanne lungo le sponde, il cielo grigio di nubi e l'acqua torbida del fiume.

Ogni due o tre ore il ferry si fermava, salendo o scaricando qualcuno o qualcosa; patate, cesti di banane, indios o animali. Nella notte alla luce delle torce, l'unico segno di civiltà erano gli stivali dei "nativi" e l'unico rumore il motore del ferry.

Il fiume si allargò e capii che stavamo entrando nel rio maranon, il fiume dei piranas; da qui nel 1542 era disceso Francisco de Orellana, luogotenente dei conquistadores Pizzarro e Almagro, che poi aveva per primo navigato tutto il corso del'amazzonas, fino alla foce. Vedendo delle donne guerriere sulle sponde, l'esploratore spagnolo, aveva chiamato il rio come le antiche amazzoni.

Vanita mi parlò di Iquitos e dei gesuiti che la fondarono, della grande epopea del caucciù che la rese, con Manaus, capitale mondiale della gomma. Alejandra, bella, attraente e con i capelli "rasta", mi disse che sarebbe andata a vedere i "nativi" sul rio Nanay, uno dei tanti affluenti di destra del grande rio.

Il pasto del ferry era immangiabile ed i bagni schifosi, poi il fiume sembrò diventare un lago ed allora eravamo nel rio Ucayali, dentro il braccio primario dell'amazzonas, perciò non mancava che poco ad Iquitos, solo la notte.

L'amaca mi aveva indolenzito ed i galli innervosito, quando alle prime luci, nella foschia caligginosa apparve l'imbarcadero della città di Iquitos, già avvolta nel gran calore e nella sua inesorabile miseria. Non erano ancora le otto che mi ero sistemato a 50 metri dalla "plaza", in un bellissimo hostal "la casona", per soli 10 euro a notte. Di fronte all'Eldorado, l'unico 5 stelle della città a 60euro, chiamai un giovane lustrascarpe per farlo felice, che mi passò un foglio locale l'iquitos time. C'era il disegno di un esploratore americano dell'Oklaoma, assalito a 150 km da lì, da un anaconda di 9 metri: l'americano, un osso molto duro, aveva resistito e poi aiutato da guide con fucili aveva graziato il mostruoso rettile.

Verso le due, dopo un ottimo "cebiche" uscii dal ristorante imbattendomi in uno splendido sorriso, era lei proprio, la divina Alejandra.

dicembre 2006
amazzonia peruviana
LUIGI CARDARELLI 

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