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L’isola di Kauai

La più occidentale delle isole Hawaii qui è fotografata da un satellite. Con l’arrivo dei polinesiani, dapprima venne distrutta la flora e la fauna costiera, poi, man mano che la popolazione cresceva, vennero coltivate anche le pendici dei monti fin quasi alle vette (come il monte Kawaikini nella foto), distruggendo completamente la flora e la fauna originale.

Adottare il mito del Buon Selvaggio normalmente non costa nulla, ed è utile ai nazionalismi locali; è una forma di razzismo non riconosciuta con cui tra l’altro noi occidentali ci autoaffliggiamo masochisticamente, senza reagire. Le ultime indagini hanno completamente capovolto quella prospettiva.

Il panorama delle estinzioni alle Hawaii riguarda essenzialmente uccelli e lumache. Come in altre isole prive di predatori, molte specie di uccelli avevano adottato grandi dimensioni e non volavano, e non c’era molto, oltre ad uccelli e lumache.

I primi hawaiiani trovarono una scorta di proteine facilmente disponibili, ed in pochissimo tempo più di cinquanta delle oltre cento specie di uccelli originarie delle isole sparirono. Gli uccelli non furono eliminati solo per mangiarli; sembra che i copricapi da cerimonia dei capi hawaiiani richiedessero ognuno il sacrificio di molte migliaia di uccelli variopinti.

Gauguin ed i "buoni selvaggi"

Questo è il mondo che il pittore francese idealizzò nei suoi quadri: frutti abbondanti e spontanei, natura benevola, eterna gioventù: un Eden tropicale. Ma per le specie originarie delle isole l' arrivo di quei bipedi dalla pelle nuda non produsse proprio un eden, ma il suo contrario, tanto che la maggior parte furono distrutte. Per la verità, anche per i polinesiani non fu proprio un Eden: dopo un breve periodo di grande abbondanza e di vita facile, esaurirono i sistemi ecologici e lo spazio delle Hawaii, e la loro vita divenne dura come altrove.

La distruzione dell’habitat naturalmente aggravò i danni della caccia. La conta delle estinzioni di quel primo periodo sta aumentando ogni anno; sembra che al momento dell’arrivo di Cook ci fossero sulle isole circa settanta specie residue di uccelli, di cui sedici si sono già estinte, e oltre venti sono in pericolo di fare la stessa fine. Colpevoli, per quest’ultimo periodo, sono essenzialmente i predatori importati, e l'ulteriore distruzione dell’habitat. Per quanto riguarda le lumache, le Hawaii sono veramente un caso a sé; le condizioni d'isolamento delle isole avevano favorito l’evoluzione di moltissime specie di quei molluschi, sembra più di mille. Con l’arrivo dell’uomo, gran parte sono state distrutte, essenzialmente ad opera degli animali importati, ratti in testa. I collezionisti hanno avuto un ruolo significativo, però; la collezione di gusci di lumache era molto in voga nell’ottocento ed agli inizi del novecento, e comprendeva spesso migliaia di esemplari.

Su un’altra isola del Pacifico troviamo uno degli esempi più significativi dell’influenza della nostra specie e delle sue culture sull’ambiente: è l’Isola di Pasqua.

Quell’isola si può definire il pezzo di terra più isolato del mondo: sta nel bel mezzo dell’oceano, di fronte al Perù, a migliaia di chilometri dalla terra abitata più vicina. L’isola, il cui nome locale è Rapa Nui (un bel film è stato girato con questo titolo sui costumi locali), è famosa per le statue di pietra scolpite ed allineate in lunghe file da indigeni di qualche secolo fa. Gli scultori furono popoli polinesiani arivati sull’isola circa 1500 anni fa.

Molte statue, niente alberi

Oggi Rapa Nui si presenta così: una striscia di terra lunga 25 chilometri completamente disboscata, dove qua e là si vedono le vestigia delle ossessioni religiose di un popolo con poco senno e senso pratico, che un po’ alla volta distrusse ricchezze naturali non rigenerabili da cui dipendeva la sua sopravvivenza. La storia di quell’isola è una parabola su quanto sta avvenendo e quasi certamente avverrà dappertutto sul nostro pianeta.

Le indagini sui pollini fossili hanno dimostrato che al tempo dell’arrivo dei primi uomini l’isola era ricoperta da foreste di palme praticamente ininterrotte. I primi abitanti naturalmente ebbero bisogno di spazi per l’agricoltura, e così un po’ dei boschi furono abbattuti per creare campi coltivati. Per un lungo periodo il legname fu una risorsa indispensabile per ricavare canoe e pescare, per costruire case e palizzate; era anche l’unico combustibile disponibile sull’isola.

La popolazione di Rapa Nui nei primi secoli crebbe abbastanza rapidamente, finchè negli anni tra il 1100 ed il 1650 arrivò a contare forse 7000 persone. Quello fu il periodo di più intensa costruzione di statue; in quel tempo secondo molti indizi la popolazione fu ossessionata da intense rivalità e continue guerre. In conseguenza della cresciuta necessità di legname, le limitate risorse forestali dell’isola si esaurirono; i boschi di palme vennero abbattuti finchè l’ultimo albero sparì da quella terra: dopo un certo periodo i pollini di piante arboree sono assenti dai sedimenti di Rapa Nui.

La cosa più stupefacente di questa storia è evidentemente il fatto che su un’isola lunga appena 25 chilometri avrebbe dovuto essere evidente per chiunque che alcune specie arboree indispensabili per quella società stavano per essere estinte. Evidentemente altri valori furono più importanti: tra questi possiamo immaginare religioni, rivalità, speranze di vita ultraterrena, odi tribali, lotte di potere.

Le piccole isole sono straordinari laboratori ecologici: infatti, in quei minuscoli ambienti quello che su un continente accade in decine di migliaia di anni, lì accade in pochi secoli; quindi più facilmente restano tracce della sequenza degli avvenimenti. Ma gli insegnamenti di quei laboratori, pur potenzialmente tanto istruttivi, nella nostra cultura non vengono adeguatamente utilizzati. Il caso dell’Isola di Pasqua è emblematico proprio della nostra cultura e delle nostre scale di valori. Infatti, credo che tutti noi almeno in qualche caso abbiamo sentito parlare di quell’isola; sono pronto a scommettere che nel 99 per cento dei casi l’argomento di discussione siano state le statue, le ragioni per cui furono erette, le tecniche usate per trasportarle ed erigerle, il loro significato. Quando una civiltà dà la precedenza alle ossessioni delle proprie superstizioni rispetto alla riflessione razionale sull’ambiente in cui vive, ha poche probabilità di sopravvivere; è accaduto ai Maja nella foresta amazzonica, all’Egitto dei faraoni, ed anche evidentemente agli isolani di Rapa Nui. Questo è l’unico insegnamento che si dovrebbe trarre da quelle statue, ed è proprio l’unico che non se ne trae. Men che meno viene tratto insegnamento dalla storia ecologica di quella piccola isola, che pure è un campanello d’allarme drammatico: infatti, è un simbolo evidente di quello che con ogni probabilità accadrà su tutto il nostro pianeta.

Giancarlo Lagostena

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